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trieste  1999

tre nella notte

Edizioni EL

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EX LIBRIS
una collana di romanzi e racconti capaci di accendere forti emozioni, che affrontano temi di grande coinvolgimento, che suscitano interrogativi, curiosità, interesse

una donna da mare

Premio Andersen 1994, alla collana

una donna da mare

in copertina: Traffic
©Doug Plummer/Photonica

    Capitolo quarto

  Mi prendi un bicchiere pieno d’acqua, mi chiese mia sorella.
  Sì, Valeria, ma sei una rompi... le tirai il cuscino e lei lo parò, è molto veloce.
  Balle, fece, e rise con i due denti di sotto che le mancano.
  Buttai via le coperte e andai, piano, quattro passi per attraversare il corridoio, un passo a destra, la sala, e i miei. Forse si sono addormentati, pensai, la tivù era accesa, ma senza audio, e loro, Carla e Spanno seduti sul divano, le teste fisse allo schermo... forse un film con i sottotitoli? Presi il bicchiere in cucina, lo riempii al buio, senza fare rumore e tornando li sentii, non avrei potuto non sentire quei bisbigli sottovoce ma chiari, così:
  Potrei vedere la piccola quando voglio?
  Era educatissimo Spanno.
  Penso che potremmo trovare un accordo.
  Carla anche.
  E io, la France? Vale anche per me, vero?
  E il cane, chi terrà il cane? Non ci avevo pensato.

  Questo film l’ho già visto.

  Scappai via, avevo le mani e i piedi gelati, la gola secca.
  Sedetti a terra nel corridoio, posai il bicchiere dov’era rimasta poca acqua, mi rannicchiai contro il muro e cercai di coprirmi le gambe con la camicia da notte, non era neppure freddo, la sera era tiepida, ma avevo i brividi. Non potevo neppure continuare questi discorsi nella mia testa che sentivo scappare via lo stomaco e al suo posto ecco il vuoto assoluto, più che il vuoto, una voragine. Ormai erano alla decisione finale, alla spartizione dei beni. Simone mi aveva raccontato che succede così, lui conosceva meglio di tutti certe cose, gli era capitato da poco di affrontare la separazione dei suoi, e probabilmente tanto tempo fa anche tra mia madre e mio padre si era compiuto lo stesso misterioso percorso che aveva portato all’addio finale. Ora ne ero certa, tutti i segnali che avevo intercettato non erano dovuti alla mia immaginazione, ma andavano in un senso preciso. Quello.

  Se fossi stata più pronta a capire, se avessi controllato meglio, forse...
  Forse che? Che può fare una che ha già visto andare via sua madre e non ricorda nient’altro che le figure geometriche brillanti che la sua strana borsa proiettava sul muro e sopra il rivestimento del divano?
  Niente, non si fa niente, allora.
  Niente più Carla, né sorella rompiballe. E Pellerossa?
  Mi guardava seduto in fondo al corridoio, forse gli faceva effetto vedermi lì, i cani lo sentono quando stai male, ed era come se avesse avuto il timore di venirmi vicino. Gli facevo segno di stare zitto, lui mugolava e mi alzai, raccolsi il bicchiere, tornai in camera, e lui dietro leccandomi la mano libera.
  E l’acqua, me la dai?
  Eccola.


  Dovevo avere una brutta faccia, mia sorella mi guardava fisso. Aprii l’armadio e cercai qualcosa da mettermi, la tuta blu andava bene.
  Che fai, non viene a letto?
  Ero piccola l’altra volta, piccola come Valeria, pensai osservandola bere, e una così piccola non capisce bene le cose grandi che succedono. Ora sono cresciuta, però. Si può fare niente a sedici anni e nove mesi? Si può accettare e via, senza neppure provare a opporsi, come farebbe comodo a loro? Vedi come si comportano i grandi? Non ti dicono nulla, e quando arrivi a scoprire quello che succede è già troppo tardi, tutto pare già deciso, e tu puoi essere solo spettatore, come al cinema.
  Telefonai a Simone, mentre facevo il numero le mani mi tremavano.
  Rispondi, possibile che non c’è nessuno?

  Mi serviva stare calma per pensare. Non sono mai stata calma, neppure da piccola, per questo Carla voleva farmi fare danza classica, pensava che sarei riuscita che sarei riuscita a ottenere così una forma di autocontrollo, ma aveva lasciato perdere quasi subito.
  Certe persone non si possono mica cambiare, aveva detto dopo avermi accompagnato a due lezioni e aver capito la mia infinita tristezza solo per indossare quella ridicola tutina, attaccarmi a una sbarra e ripetere all’infinito dei passetti piccoli e noiosi al suono di un pianoforte. Bisogna prenderle come sono.
  Capisci com’è Carla?

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