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ASTREA Giunti Gruppo Editoriale COOP

a cura di: Sara Cerri
testi e illustrazioni di: Eugenia Alva Olivia Arieti Anna Belardinelli Marco Columbro Paola Greco Marialina Marcucci Giovanna Marini Sandra Mosca Caldini Sergio Nelli Maria Pagnini Lucia Renghi Giuliano Rossetti Monica Sarsini Verena Schmid Gianna Scoino Mara Simonti Sergio Staino Olivia Trioschi
in copertina: Sergio Staino, Bibi e il piccolo Michele |
Molte storie attorno a un unico tema: una nascita che le aveva coinvolte. Così ha cominciato a prendere corpo Storie di Nascita: un’affermazione al di sopra di ogni diversità. Eravamo in guerra mentre l’idea della raccolta maturava, e le prime testimonianze arrivavano: scritte, o narrate dentro a un registratore, testimonianze di vite e culture differenti entrate in contatto fecondo sulle pagine scritte e illustrate di questo libro.
Sara Cerri
Ero leggermente ingrassata, mi accorsi. Un chilo, forse due. Devo mangiare meno dolci, pensai.
Walter stava facendo colazione quando glielo dissi. Anche quel giorno era domenica, io mi sedetti di fronte a lui, bevvi un sorso di cappuccino, gli dissi: - Sono incinta. - Lui smise di spalmare il miele sulla fetta biscottata, mi guardò e - Cosa hai detto? - disse.
Litigammo come due che si odiano: lo hai fatto apposta. No, non è vero. Come hai potuto farmi questo. Non ti ho fatto niente. Lui gridava e io piangevo, minacciò di andarsene e io dissi va bene, vai pure. Allora per te non conto nulla, disse lui e abbassò il tono della voce fino a zittirsi.
Non ci parlammo per venti giorni, finché una sera tornò a casa con un pacco.
- È per te, - disse posandolo sul letto.
Era un vestito color panna di linea premaman, svasato, con le bretelline, il più bel vestito che avessi mai visto. Lo indossai subito e davanti allo specchio mi misi di profilo per guardarmi meglio. Con quel vestito ero davvero incinta.
Quella notte gli raccontai tutto del bambino: aveva i capelli castani e sottili, aderenti alla testa e alla fronte; le sue mani erano grassocce e minuscoli i piedi, eppure con tutte le dita, le falangi e le unghie; rideva con piccoli singhiozzi se lo lanciavo in alto, si guardava intorno curioso se lo tenevo in braccio e si appisolava mentre succhiava il latte. Gli dissi dell’odore del bambino e del suo peso sulle braccia, che non era un vero peso, ma un vuoto che mi riempiva tutta ed era questa pesantezza a farmi stare così bene. Poi cercai la sua mano sotto le coperte e gli dissi che quando pensavo al bambino, e non c’era un attimo che non lo facessi, vedevo noi tre insieme, una famiglia.
Walter si girò rannicchiandosi contro di me e disse che lui poteva immaginare un seggiolone sopra il sedile della sua macchina sportiva, grande confusione in casa e un bel po’ di pensieri. Comunque se io dicevo che le cose stavano in quel modo, beh, voleva dire che stavano in quel modo.
da: "Il bambino scomparso", Lucia Renghi, pag. 85
Dio la gioia di quando gli occhi delle donne sfinite, distrutte, si accendono, si illuminano e il cerchio si chiude in quel tondo antico di una donna che allatta a capo chino a scrutare, a cercare le amate somiglianze. A volte il mio sforzo è andato perduto, vano ostinarmi a dare quel bambino a un seno inaridito che non lo vuole nutrire, il viaggio all'incontro d'amore è ricco di intoppi, buche, impedimenti, fato, destino, karma. Ma quando riesco a guardare quegli occhi intensamente, ad accettare o no, a non sentire il furore e la rabbia e a perdonare, mi sento levitare, germogliare, vado verso il cielo e le montagne. Attraverso le notti insonni accanto ai letti bagnati dei più svariati umori, agli odori forti, ai gemiti sensuali e alle urla animalesche, ho curato la mia anima. Una spiona, un'invadente spiona in una camera da letto. Non ho mai vissuto intimità con la mia mamma, la sua camera una notte nera nera, vietata, proibita, desiderata. Di giorno annusavo i cassetti e il suo armadio, ma non osavo aprirli. Il suo bagno, rosa e profumato, è il ricordo di un luogo in cui entravo in punta di piedi, per scappare appena scorgevo una calza di seta o una culotte.
Quanta intimità mi hanno concesso le donne, quanto ho goduto del loro chiamarmi e richiamarmi, ignare di quello che mi donavano. Invece mi pagavano.
I conti non sono mai tornati giusti, mi sono sempre sentita in debito. Debitrice di un ricamo sciupato che rammendavo lentamente nel tempo accanto a loro.
da: "Nata di notte", Sandra Mosca Caldini, pag.93
Un bambino, un figlio, ‘mio’ figlio. Mio figlio… continuo a pensare durante tutto il viaggio di ritorno verso casa. Comincio a sentire un grande calore dentro e per la prima volta mi scopro felice. Mi sta accadendo qualcosa di nuovo, penso, e decido di accettare questo evento come qualcosa che il destino mi regala. I mesi di attesa vengono riempiti da lunghe telefonate tra Elena e me, e la certezza che avremmo fatto di tutto perché questo bambino crescesse nella più assoluta armonia.
Il 4 luglio 1993 nasce Luca, Elena me lo annuncia il giorno dopo per telefono. Ascolto buona musica, poi esco, vado a camminare per la città senza una meta precisa, fino a notte fonda.
Passerà ancora molto prima che mi senta pronto a incontrarlo, il tempo necessario per maturare dentro me la paternità, e accettarla: un anno. È stato lungo. Ogni giorno di questo anno sento Elena per telefono, mi racconta di Luca, mi invia le sue fotografie in modo che possa vederne la crescita.
Il 4 Luglio 1994 spengo assieme a mio figlio la prima candelina sulla torta, il cuore mi batte forte quando Elena mi passa tra le braccia questo batuffolo castano, gli occhi grandi e neri.
da: "Mio figlio", Marco Columbro, pag. 81
Immagino. Io a casa, a Mangalore, in India, in questo stesso periodo, il settimo mese di gravidanza. Mia madre si prende cura di me, non mi lascia mai sola. È per via di una tradizione del nostro paese alla quale non penserei neppure di sottrarmi. I genitori della donna conservano una specie di diritto sulla figlia femmina e per ogni figlia è quasi un obbligo assecondarlo. Accetto come le altre, senza ribellarmi, non accetare potrebbe creare una frattura con la mia famiglia d’origine che non desidero rischiare. Compiuto il settimo mese di gravidanza aspettiamo il giorno e il giorno arriva. Indosso l’abito da cerimonia lungo, di seta ricamata, lo stesso del giorno del matrimonio, e tra i capelli, e sopra l’abito, ho grappoli di fiori freschi appuntati. Mia madre ed io abbiamo preparato i cartoncini d’invito scritti a mano e ne abbiamo spediti molti. In tanti sono pronti a condividere la festa per la prima maternità nella nostra famiglia e gli invitati hanno anche loro un abito da cerimonia indosso e portano fiori freschi. È una festa grande.
da: "Profumo d’incenso", Eugenia Alva, pag. 17
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