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GAZEBO collana di poesie e prosa

Il vento la lasciava oscillare sullo stesso quadrato di cielo, lassù. Forse erano le pesanti scarpe da ginnastica alte fino alla caviglia che la facevano a tratti piombare verso terra, fino a che Leo aveva la sensazione di poterla acchiappare. Le scarpe caddero una alla volta producendo un tonfo e Lona di contro schizzò più in alto, verso le nuvole che il vento spazzava via.

in copertina: disegno di Sergio Staino |
La bomba
Di fronte allo specchio Laura infilò per la prima volta le calze fini. Gianni aveva detto Sì. Era eccitata all'idea dell'appuntamento e avrebbe voluto pensare solo a quello, ma il pianto continuo che non poteva non udire girava ad altro i suoi pensieri. Era toccato ad altre ragazze come lei, con una madre ancora abbastanza giovane come Mamigiù, l'annuncio inaspettato di una gravidanza. Laura, durante i primi sette di quei nove mesi d'attesa, aveva avuto paura. Credeva impossibile che sua madre sapesse ancora fare a mettere al mondo un figlio a quasi quarant'anni e a ben centocinquanta mesi dal primo parto, e trovava incosciente che mantenesse quelle abitudini di sempre (trasportare sacchi pieni di spesa lungo le strade, viaggiare in macchina e in bicicletta, spolverare la libreria dalla cima dello scaleo) che ogni manuale per donne gravide giudicava ad alto rischio. Fortuna che lei era stata sempre in guardia, sempre fino al giorno che Mamigiù con quella pancia grossa e gli occhi larghi, smarriti, le aveva detto Non ne parliamo più, ho un po' paura, sai? È andato tutto bene fin qui, aiutami a pensare che tutto continuerà ad andare bene.
Indossò la gonna corta e una maglietta di lana. C'era silenzio adesso, segno che il piccolo mangiava. Da quando era nato passava ore a farsi accarezzare i capelli, il volto, le mani, e Mamigiù non finiva di stupirsi dei riccioli fini, della pelle liscia, della perfezione delle dita. Quando provava a prenderlo in braccio lei invece, suo fratello pareva sentire tutta la sua incertezza e lei diventava ancora più goffa, non sapeva evitare che quella piccola testa ciondolasse giù in una mossa arresa di cucciolo ferito, e che paonazzo cominciasse a strillare, strillare...
Passò un'ombra di fard sulle guance. Avrebbe incontrato Gianni tre angoli lontano da casa. Mamigiù le aveva dato il permesso di uscire, così, semplicemente. Era lei che aveva mostrato perplessità.
Non credi che sia presto per andare con un ragazzo a dodici anni e sei mesi?
Credo che se vuoi tanto un amore sarà bene che cominci a guardarti intorno, era stata la risposta.
Si era aspettata una ramanzina, e forse con quella nella testa avrebbe avuto più coraggio per ciò che aveva in mente, invece si sentiva in colpa, se colpa poteva chiamare quell'uggia allo stomaco.
Mise il rossetto color pesca. A Gianni sarebbe piaciuta con quell'aria da grande... l'avrebbe tenuta stretta e lei sarebbe stata libera da ogni pensiero. Traversò il soggiorno in punta di piedi, con il cappotto che penzolava dal braccio e arrivava a coprire le scarpe con il tacco e le calze fini.
Sta' attenta con quei tacchi, puoi prendere una storta, disse sua madre. Laura arrossì e senza dire nulla uscì di casa. Era vero che le madri erano un poco streghe e avevano gli occhi in ogni luogo, come avrebbe fatto altrimenti la sua a vedere quelle scarpe? Ehi, non aveva brontolato... nessuna cosa la faceva arrabbiare più, o forse non le interessava più nulla della figlia maggiore. Quel fagotto grinzoso assorbiva per sé tutto: tempo, attenzione, sentimento e a lei non restava che crescere. Ma cosa voleva dire crescere, glielo aveva spiegato mai nessuno? Raggiunse il cancello e svoltò a sinistra. Dopo pochi passi la strada si sarebbe illuminata delle vetrine dei negozi. Non era passato molto da che compiva quel tragitto assieme a Mamigiù per andare al giardino a fare qualche volo dallo scivolo più alto e sentire lo stomaco arrivare in gola.
Gianni era grande e abitava da solo. Tra due angoli avrebbe ritrovato il buio, e svoltato a destra, sotto al primo lampione, lo avrebbe incontrato e sarebbe salita da lui, come d'accordo. Era quello crescere? Molte amiche sue giuravano di sì. Cercò di camminare dritta. Il freddo le passava sotto il cappotto e la gonna, le calze parevano schizzare via e prudevano, i piedi congelavano. A casa faceva molto caldo, chissà cosa avrebbero fatto, in sua assenza, Mamigiù e il piccolo principe, come chiamavano quel cosino lei e suo padre. Erano cambiate un mucchio di cose da quando era nato. Quel pianto in sottofondo era divenuta l'unica musica udibile, papà era quasi scomparso da casa, e i pranzi e le feste assieme agli amici non esistevano più. Passò il negozio di orologi. Di tanti che erano in mostra, mai uno che indicava l'ora giusta. La vetrina del merciaio era decorata di tantissimi fiocchi colorati e un grasso omino di neve sventolava nella mano un cartello con su scritto: OCCASIONI DI NATALE, mentre una pioggia di polistirolo cadeva dal soffitto. Continuò a camminare molto lentamente, a testa bassa. Stringeva i baveri del cappotto e schivava l'incavo scuro tra le mattonelle per non rischiare di cadere dai tacchi. Respirò, respirò e respirò un profumo dolce. La pasticceria poco più avanti ogni pomeriggio sfornava dei vassoi di bomboloni ripieni e caldi. Le bombe, come Mamigiù chiamava quei bomboloni, erano le più fantastiche e buone della città. Un abete colmo di cioccolatini e biscotti infiocchettati rosso e oro riempiva la vetrina e meringhe candide formavano la scritta FELICE ANNO NUOVO. Dalla porta socchiusa filtrava il rumore lento dei cocci sbattuti, il mormorio della gente, e quel profumo. Spinse la porta a vetri, entrò. Indicò un bombolone ripieno di cioccolata.
Lo mangi subito o te lo incarto?chiese la commessa sporgendo la testa al di sopra del vetro curvo. Quando lo ebbe in mano lo portò alle labbra e leccò la crema dolce e scura che sovrabbondava. Poi lo morse piano, come sapeva fare, senza fretta, in modo giusto per non lasciar sgocciolare all'esterno neppure un poco di ripieno e sentì il sapore del lucido da labbra confondersi e sparire in bocca, sopraffatto da quello della pasta dolce. Ancora un boccone, e un altro. I suoi denti si colorarono di nero e la polvere di cacao le tinse le dita e il contorno del naso, fino agli zigomi, dove aveva steso il fard. Pagò e uscì sul marciapiede. Una zaffata di freddo la investì. Le parve che il cielo bianco al di sopra delle case quella sera promettesse neve. Si sentì piena e felice.
Serrò i baveri del cappotto, girò i tacchi e s'incamminò verso casa. [da pag.32]
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